Marin Faliero, Doge di Venezia

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La sua storia ha affascinato pittori, compositori e poeti. Unico doge della repubblica di Venezia a essere accusato di alto tradimento, Marino, o meglio Marin, Faliero, fu decapitato insieme agli altri cospiratori nel 1355. Aveva quasi 80 anni e aveva ricoperto la carica di doge solo per pochi mesi. Nonostante questo, il doge Marino Faliero è sicuramente il più famoso amministratore di Venezia. E proprio per aver fatto una fine così cruenta. Una fine mai più condivisa da nessuno dei suoi successori.

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Faliero fu eletto doge ormai vecchio (anzi, per gli standard dell’epoca molto anziano), a 76 anni. Era uno degli uomini più ricchi e potenti della città, dove aveva ricoperto diverse cariche, come membro del Consiglio dei Dieci che si occupava di garantire la sicurezza di Venezia, comandante delle forze di terra e di mare e governatore delle province. L’ultimo suo incarico lo aveva portato ad Avignone, come ambasciatore alla corte (in quel periodo lontana da Roma) del Papa.

Di lui sono rimaste testimonianze di un carattere duro, facile all’ira. Si racconta per esempio che una volta osò persino dare uno schiaffo a un vescovo arrivato tardi a una processione.
Stando alle fonti più accreditate, il tradimento e il complotto di Faliero nascono da precise circostanze. Poco dopo essersi insediato c’era stata la decisione di limitare – e di molto – i poteri del doge. Nel frattempo l’aristocrazia cittadina continuava ad accumulare sempre più potere nelle proprie mani. Ce n’è abbastanza per capire perché si sviluppò la congiura.

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Cosa avvenne esattamente? Il piano era questo. Gli uomini del doge avrebbero messo in giro delle voci che davano per imminente un attacco dell’arcinemico di Venezia, Genova, in modo da giustificare la presenza di una banda armata in città. La banda avrebbe dovuto essere guidata da un membro della sua famiglia. Nella confusione del momento, però, al posto di proteggere il doge, avrebbe catturato e ucciso tutti i nobili su cui avrebbe potuto mettere le mani. Quindi avrebbe dichiarato Faliero Principe di Venezia.

Nulla di tutto questo accadde però. Il Consiglio dei Dieci venne a conoscenza della congiura, organizzò in fretta una difesa e catturò tutti i partecipanti. Questi furono subito impiccati di fronte alle finestre del palazzo Ducale. Faliero stesso fu preso, ammise le sue colpe e fu decapitato. Il cadavere, come si usava in questi casi, fu esposto al pubblico come ammonimento. Poi sepolto in una tomba senza nome.

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Al posto del suo ritratto al Palazzo Ducale, insieme a quello di tutti gli altri doge, c’è un drappo nero. Sopra la scritta: questo è il posto di Marino Faliero, decapitato per i (suoi) crimini.

Vale la pena visitare la sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale a Venezia. Non solo per il suo ruolo e la sua importanza nella storia della città o per la bellezza dell’architettura. Ma anche per guardare la serie dei ritratti che vi sono esposti. L’unico doge di cui non è possibile scoprire che viso avesse è Faliero. Al posto del ritratto c’è infatti dipinto un drappo nero. Sopra una scritta che spiega come sia stato decapitato per alto tradimento.

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Come è facile aspettarsi, si tratta di un tentativo di rimozione dalla memoria di un personaggio scomodo (scomodo per lo meno per la Repubblica di Venezia). Tentativo che ha però avuto l’effetto opposto. Faliero è diventato il doge più noto di tutta la storia cittadina, oltre a essere stato scelto come protagonista di diverse opere d’arte. Sia Delacroix, sia Hayes ne ritrassero l’esecuzione nei loro quadri. Lord Byron invece scrisse una tragedia sulla sua storia e Donizetti un’opera lirica.

La decapitazione del doge, avvenuta di venerdì 17, rinsaldò forse la cattiva fama di tale data, considerata infausta fin dai tempi dei Romani. Infatti il numero romano XVII (diciassette) è anagramma di VIXI = “ho vissuto” cioè “sono morto”. Il venerdì invece godeva della stessa fama infausta in quanto giorno della passione e morte di Cristo.

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La corona ferrea

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La corona ferrea o corona di ferro è un’antica corona conservata presso il Duomo di Monza; fu usata per secoli per l’incoronazione dei Re d’Italia. È anche considerata una reliquia dalla Chiesa cattolica per la tradizione che la considera realizzata con uno dei chiodi della Crocifissione di Gesù.

La corona ha forma circolare irregolare con un diametro interno di circa 15 centimetri, un diametro esterno che va dai 16,5 ai 17,2 centimetri, una circonferenza di 48 centimetri e un’altezza compresa tra i 5,3 e i 5,5 centimetri. È composta da sei piastre in oro (circa 84%, il resto argento) alte 53 millimetri e incernierate tra loro; nella parte interna è fissata una lamina d’argento alta un centimetro con spessore di circa un millimetro.

Dopo la metà del sec. XVI non si ricordano due incoronazioni con questa corona: quella di Napoleone I (26 maggio 1805) e quella di Ferdinando I (6 settembre 1838). In base a quest’ultima cerimonia, l’Austria accampò pretese sulla corona ferrea, e dopo il 1859 fece trasportare la preziosa reliquia a Vienna, perché la corona ferrea dava il nome, come già sotto Napoleone, a un ordine cavalleresco austriaco. Ma la pace di Zurigo la riportò in Italia, e il 4 novembre 1866 fu consegnata a Vittorio Emanuele II, che la fece riportare a Monza nello stesso anno.

Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente.

Bellissimo video, al minuto 2,35 si vede e descrivono la Corona Ferrea.

E’ veramente sublime.

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Iniziativa estiva

Stradivari

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Antonio Stradivari (Cremona, 1644 – Cremona, 18 dicembre 1737) è stato un liutaio italiano, menzionato anche con il nominativo in lingua latina Antonius Stradivarius.

È stato un costruttore di strumenti a corde di straordinaria fattura come violini, viole, violoncelli, chitarre, arpe; in quest’ambito è universalmente riconosciuto come uno dei migliori. Si avvalsero delle sue creazioni anche Niccolò Paganini e Giovanni Battista Viotti, che le fece apprezzare in Francia e in Gran Bretagna

foto_violini Non abbiamo notizie certe sulla nascita di Stradivari, salvo il nome del padre, Alessandro, e la data approssimativa, situata tra la fine del 1643 e il 1649; che sia nato a Cremona è desunto dal fatto che nelle etichette degli strumenti si definiva Cremonensis[3]. Senza dubbio, la madre non può essere identificata con la tradizionale Anna Moroni in quanto questa era sposa di un Alessandro Stradivari morto nel 1630, ben prima della nascita di Antonio. Un violino riporta l’etichetta Antonius Stradivarius Cremonensis Alumnus Nicolaij Amati, Faciebat Anno 1666[4], unica testimonianza di un discepolato presso l’illustre liutaio cremonese Nicola Amati.
Sorprendentemente, di questo periodo rimangono solo una ventina di strumenti, quindi si ipotizza che parte del suo lavoro fino agli anni ottanta fosse alle dipendenze di altri liutai, ad esempio Amati e Francesco Ruggieri. La produzione a suo nome è di pregevole qualità, sebbene non geniale. Tra gli strumenti di questo periodo, un tipico esempio è il violino chiamato “Sellire”. Nel 1680 Stradivari acquistò una casa, con annesso laboratorio, in piazza San Domenico (oggi piazza Roma), nel quale lavorò fino alla morte.antonio-stradivari-1
Dopo il 1690, emerse prepotentemente la sua originalità: agli spigoli duri del decennio precedente vengono ora accostati un filetto più largo, effe più accentuate, curvature più forti nella tavola armonica, maggiore intensità e profondità della vernice.[3] I violini si orientano verso maggiori dimensioni (36 cm di lunghezza della cassa), avvicinandosi ai modelli bresciani, soprattutto di Giovanni Paolo Maggini, e acquistano una maggiore pienezza e profondità di voce.[7] In questo periodo ,tra 1690 e 1700,i violini stradivariani sono chiamati “i lunghetti”.

Uno stupendo brano interpretato da David Garret

Continua….

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