Tarakè akos

soffione

Il giovane fiore disse: “Io non sono nessuno! E tu chi sei?”
Il vento leggero rispose: ” Sono colui che ti farà volare ! “
Sparirono insieme in un sospiro d’Amore.

@ Orofiorentino

incipit “Io non sono nessuno! E tu chi sei?” dalla poesia di Emily Dickinson.

Nome botanico: TARASSACO

deriva dal greco “tarakè” che significa “scompiglio, turbamento” e da “akos” che significa “rimedio”, nome che gli fu dato dagli Apotecari alla fine del Medioevo a causa delle sue proprietà medicamentose.

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Pazza

annie bertramAmmirevole la tua forza d’animo, anni passati in manicomio. Tu fragile e dolce che incontrasti un amore sbagliato. Hai subito la pesante punizione della pazzia quando lui ti abbandonò. Mai un lamento, mai un pianto: solo l’addio alla tua razionalità e giorni passati a consumar le scale. Qualcosa ti sussurrava: ” Tornerà ” e tu pronta a correre ad ogni nuova voce. Poi: la fine in un giorno di Maggio. Nel tempo a venire aleggiò sempre il tuo splendido sorriso pieno di speranza,  tra queste macerie piene di dolore continua a vivere la tua illusione.

@ Orofiorentino

Foto: Annie-Bertram.

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Il padrone

Il notaio osservava quelle persone, tutte parenti tra loro, sedute composte davanti a lui. Tra le mani aveva una lettera con un sigillo di ceralacca. Erano tutte persone povere ma con una dignità profonda. E’ morto il padrone del castello e di tutta la tenuta. Un uomo molto rigido nei modi, mai una parola gentile. Se non erano rimproveri al massimo un cenno del capo come accettazione del lavoro. Comunque non era cattivo e nemmeno superbo. I suoi occhi sembravano persi in ricordi lontani e tutti i contadini avrebbero voluto capirlo, forse aiutarlo con la generosità tipica delle grandi famiglie rurali. Non era possibile: lui lasciava sempre un qualcosa di invalicabile verso chiunque. Era inutile perdere altro tempo. Il notaio procedette all’apertura del testamento. Alcuni lasciti a opere umanitarie poi si passò uno per uno ai nomi dei contadini.
Poche parole: ad ognuno di loro lasciava un grande appezzamento di terreno che gli avrebbe permesso di vivere serenamente. A quelli più anziani lasciava il compito di custodire il castello e avrebbero ricevuto un lauto compenso mensile e la possibilità di passare ai figli questo compito quando non fossero più stati in grado di espletarlo.
Una piccola postilla al fondo: “ Ringrazio tutti perchè siete stati -la mia famiglia- e avete sopportato i miei modi scortesi senza mai lamentele, anzi con gentilezza anche quando non la meritavo. Di una cosa vi prego: ogni tanto venite sulla mia tomba a posare un fiore…mi sentirò meno solo !”
Tutti tacevano: avevano capito quell’uomo e lui li aveva ricompensati senza frasi roboanti ma con generosità sincera. Il sole tramontava ormai, dando una luce dorata al castello. Ognuno tornò al suo casolare, ai doveri di sempre. Il notaio chiuse la cartella, guardò fuori dalla finestra e vide uno spicchio di luna fare capolino.

@ orofiorentino

Immagine…http://www.fondazioneamendola.it/

Canto dei Bischeri

Alla fine del 1200 il Comune di Firenze decise di costruire un nuovo Duomo; quello vecchio, Santa Reparata, come scriveva il Villani “crollava per l’estrema età” e di fianco al nuovissimo battistero di San Giovanni non faceva una bella figura, “apparendo di molto grossa forma”.

La prima simbolica pietra della facciata venne posta l’8 settembre 1296; per arrivare alla conclusione dei lavori ci vollero circa 170 anni, perché si trattò d’un lavoro complesso, intervallato da problemi quali guerre, pestilenze, lotte intestine e, nel loro piccolo, anche Bischeri.

Santa Maria del Fiore sarebbe stata immensa, quindi c’era bisogno di molto spazio per costruirla; il Comune deliberò così di acquistare tutte le case e i terreni che si trovavano nel perimetro del progetto.
Proprietaria degli immobili compresi fra l’edificando Duomo e via dell’Oriuolo (dove ora c’è la targa succitata) era l’importante e facoltosa famiglia Bischeri, che fra il 1309 e il 1431 annoverò fra i suoi componenti ben 4 gonfalonieri e 15 priori: insomma, una genìa tutt’altro che sprovveduta.

Però si sa che l’avidità e la consapevolezza d’appartenere alla razza VIP spesso obnubilano gli umani cervelli; fatto sta che, quando il Comune propose ai Bischeri l’acquisto delle loro proprietà, questi, a differenza di tutti gli altri interpellati, iniziarono un’estenuante trattativa sul prezzo, trascinandola per anni, mostrando pubblicamente di volerne fare una mera speculazione edilizia, comportandosi insomma in modo testardo e, giudicato coralmente dalla cittadinanza tutta, pure decisamente stupido.

Poiché la già limitata pazienza fiorentina ha un limite, accadde che una notte un violento ma soprattutto misterioso incendio bruciò tutte le case dei Bischeri, i quali si ritrovarono con qualche tonnellata di cenere e la beffa di dover cedere i terreni ad un prezzo irrisorio.
Altre fonti dicono invece che il Comune si limitò ad espropriare e sbatter giù le case bischeriane senza sborsare manco un fiorino: in ogni caso il risultato scornante per quella famiglia fu lo stesso.

Pare che i signori Bischeri, dopo la bischerata fatta, s’allontanassero dalla città e che i loro posteri tornassero dopo lungo tempo ma solo dopo aver adottato, forse per orgogliosa sfida, un altro cognome: Guadagni.

© Mitì Vigliero